IDEALI E TRISTE REALTA’

Si dice che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Come diceva Simon Wiesenthal, “l’uomo nasce buono” e, aggiungerei, nel percorso succede sempre qualcosa.

Quando nasce l’agricoltura biologica? Intendiamo quella che viene definita “biologica”, che viene certificata, che parte da un gruppo di pionieri fino ad essere prodotta e distribuita anche dalla Monsanto. In rete, la discussione è accesa.

In qualche maniera, il biologico è morto, o è agonizzante. Non nel senso che non esiste più, ma in un senso ideale, filosofico… poichè chi lo portò avanti da prime mover, non intendeva certo coltivare, produrre, vendere e basta. Alla fine, il biologico non esiste. E’ il proprio orto, forse, o gli orti sociali, o un campo in Indonesia che dà sussistenza ad una famiglia o ad una piccola comunità.

Come se non bastasse, le polemiche sull’agricoltura biologica si sprecano tra inchieste, analisi di laboratorio e veti incrociati come dimostra bene questo articolo: “Scioccante: mangiare cibi biologici o prodotti convenzionali non fa alcuna differenza (…). Frutta, verdura, latte, carne e uova biologiche hanno le stesse proprietà nutritive degli alimenti comuni (…) anzi, l’assenza di trattamenti chimici favorisce lo sviluppo di muffe e tossine dannose alla salute.” Bio è morto | Dissapore Basterebbe aggiungere (e l’articolo lo fa), che grazie al biologico ci risparmiamo tonnellate di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici ogni anno. Ma non è questo il punto.

Quando e perchè nasce e poi si afferma il metodo biologico di coltivazione? Da quale esigenza e cosa avevano in mente coloro che ripudiarono i metodi di coltivazione tradizionale?

Le origini dell’agricoltura biologica le troviamo in Germania dove, alla fine del 1800, si affermò una tendenza culturale di ritorno alla natura” (Agricoltura Biologica). In Germania, si affermò un movimento caratterizzato da gruppi di intellettuali che compresero che l’uso di additivi e di metodi che comprendevano l’impiego eccessivo della chimica, avrebbero creato danni notevoli. Lungimiranza.

Questo portò all’affermazione di Steiner, di Howard, di Muller, uno dei padri della nuova agricoltura biologica, e di Draghetti, ripreso dal 91 in poi: “Per combattere l’alcoolismo i riformatori, che agivano nella Germania di fine 800 utilizzavano pane integrale, succhi di frutta, verdura e altri alimenti senza additivi”(cit.)

Interessante questo passo, poichè dimostra quanto fossero all’avanguardia, in Germania e in seguito in Francia per quanto riguarda tematiche come la salute, l’ambiente, le tecniche di coltivazione alternative all’agricoltura convenzionale e alla conservazione dei cibi. Come sempre, in casi come questi, si può parlare di una piccola “rivoluzione culturale”, poichè è vero che il cambiamento parte dal comprendere quali sono le reali necessità dell’uomo.

Bene, negli anni ’80 si comincia a parlare di biologico in maniera sempre più diffusa e nascono le prime distribuzioni di un certo rilievo anche se, come abbiamo visto, in Europa era cosa già nota da tempo (nel 1931 nasce Parigi il primo negozio di alimenti naturali….cit.). Chi si occupa di biologico vede in questa attività una forma di “liberazione” dai legami di un mercato sempre più invadente e impositivo.

Ma diamo voce ad un agricoltore italiano che si occupa di agricoltura biologica dal 1974, proponendo questo bell’intervento (C’era una volta l’agricoltura biologica) di Alfredo Anitori. Alfredo fa agricoltura biologica dal 1974 in provincia di Arezzo ed è socio del CTPB di cui è stato presidente nel 1997.

Anitori, già citato nell’articolo su Liebig, offre una panoramica su ciò che i contadini come lui intendevano per agricoltura biologica quando tutto ricominciò, almeno in Italia. Si trattava di una sorta di liberazione dalle costrizioni e dall’alienazione quotidiana, un tentativo di essere padroni della propria vita, non solo a parole.

Una filosofia che derivava dalle tendenze culturali e di rinnovamento sociale espresse dagli anni sessanta e coagulatesi negli anni settanta, specialmente in Italia. Le riflessioni di Anitori sono semplici e illuminanti nel contempo, egli illustra l’importanza dell’agricoltura biologica senza entrare troppo nei dettagli, citando i maestri del cambiamento come Ernest Schumacher, Albert Howard e Giuseppe Sermonti, il padre della genetica italiana, che denunciò tra i primi, i rischi del transgenico https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Sermonti. Anitori offre un profilo storico dagli anni ’70 in poi su quello che accadde in Italia al biologico.

Il professor Giorgio Nebbia dichiarò che, in seguito alla nascita di varie associazioni nella penisola che vedevano nell’agricoltura un modo per rispettare l’ambiente, per interagire con la natura, per fare un settore produttivo che si autoregolasse e che facesse “politica” non limitandosi ad invettive contro le storture della produzione e del mercato ma agendo in controtendenza ad esse, per una serie di concause, venne meno lo spirito iniziale dell’iniziativa, poichè si inserirono nella produzione soggetti che non avevano nulla a che vedere con gli obiettivi dei precursori come Anitori.

“L’attenzione per l’ecologia declinò presto e nuovi aggettivi più accattivanti comparvero come “verde”, “sostenibile” e, più recentemente “biologico”, da associare al nome di prodotti commerciali che un venditore vuole dimostrare “buoni”. (cit.) Termini come “biologico”e “sostenibile” furono coniati in seguito ad una serie di iniziative coraggiose e destinate a crescere…”sostenibile”, che Latouche critica e bolla come ipocrita. “Lo sviluppo sostenibile? Una chimera. Siamo tutti a bordo di quella che lo studioso Bernard Hours ha chiamato ‘un’ambulanza mondiale’, con le Ong e i vari movimenti umanitari in veste di soccorritori al capezzale dei Paesi poveri”

https://forum.termometropolitico.it/552027-sviluppo-sostenibile-un-inganno-intervista-latouche.html

Anitori data la fine o il declino del “biologico”, come lo intendevano gli agricoltori idealisti, nel 1993, anno in cui Bruxelles produce il primo documento sull’agricoltura biologica. Il primo provvedimento. “Ci sembrò una vittoria, fu l’inizio della fine. La strategia? Quella di sempre: “divide et impera”

Separarono per legge il controllore dal controllato con la scusa del conflitto di interessi, salvo far pagare il controllo come prima agli agricoltori controllati. Iniziò una guerra fratricida fra associazioni di controllo e associazioni di agricoltori biologici.

Le prime forti delle leggi comunitarie si imposero sulle associazioni degli agricoltori chiudendo ogni rapporto, rifiutando persino una rappresentanza degli agricoltori controllati nelle commissioni di certificazione dove erano presenti consumatori e ricerca universitaria, salvo sceglierseli da soli (come se la FIAT si scegliesse i rappresentanti sindacali) ancora una volta gli agricoltori furono relegati a servi della gleba, va sottolineato come la stragrande maggioranza delle associazioni del “biologico certificato” IFOAM compresa siano particolarmente carenti di democrazia partecipata, strutture piramidali autoreferenziali, forse solo così hanno facile accesso nei palazzi della politica?” (cit.)

Da qui in poi, le varie realtà che avevano creato una commistione di ideali forti e di filosofie che portarono comunque ad atteggiamenti positivi e propositivi, furono emarginate o tornarono ad essere di nicchia. Il biologico che conosciamo ora, nella maggior parte dei casi, è ben diverso da quello dei pionieri che non sapevano che farsene di normative, burocrazie, entità e organi composti da gente che faceva il bello e il cattivo tempo riguardo i controlli, le certificazioni e le normative.

Questo diede chiunque avesse mezzi e disponibilità, sull’onda delle mode e delle tendenze, di produrre e distribuire biologico, azzerando in molti casi lo sforzo di coloro che volevano gli acquirenti più coscienti, più sensibili a certe tematiche, più consapevoli.

In Anitori c’è una riflessione amara ed un filo di speranza. Riconosce che le utopie non hanno più luogo di esistere nel settore in cui lui ed altri hanno dato l’esistenza, va a constatare che sì esistono forme alternative alla produzione ipercertificata con tanto di logo e di ingerenza della grande distribuzione, parla del “genuino clandestino“, dei “sistemi di garanzia partecipata”, della “filiera corta”, dell'”agricoltura naturale” ma individua un problema di fondo:

“Perché non è solo un problema di certificazione, anche se la certificazione cosi com’é ha fallito. E’ lo spirito associativo vero, quello capace di essere influente sulle politiche locali che è finito. Si è affievolito lo Spirito, direbbe Gino Girolomoni. Abbiamo smesso di credere che avremmo cambiato il mondo, e intanto il mondo cambiava noi. Il tempo passa e lo “spirito giovanile rivoluzionario” con esso?” (cit)

In conclusione, diremmo che, dopo la rivoluzione verde, l’agricoltura definita biologica ha tentato di creare ponti, diffondere idee, porre le fondamenta per una società diversa, più vivibile e più attenta alla collettività e nel contempo all’individuo. Sono le basi dell’agricoltura sociale. Tante buone idee continuano a circolare nel mondo e in alcuni casi, queste ultime vengono messe in pratica in una sorta di “municipalismo rurale”. Sappiamo che è poco, che è come affrontare i giganti con la fionda. Ci riuscì soltanto un re israelita. Ma questa è un’altra storia.

Giorgio Masili

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