Le origini dell’agricoltura sociale

Le origini dell’agricoltura sociale

Tra le varie terapie riabilitative per chi vive una situazione di disagio psichico, fisico, sociale o economico, l’ortoterapia e l’agriterapia portano ad ottimi risultati di inclusione e di crescita sia dell’individuo stesso che della comunità in cui questo è inserito. La persona infatti si trova a vivere all’aria aperta, a stretto contatto con la natura, la cura delle piante diventa uno stimolo per sentire di avere un ruolo nella società e lo stretto contatto con le altre persone diventa un’occasione per socializzare e tornare a sentirsi prima di tutto persone e non pazienti.

Anche se, soprattutto negli ultimi anni, si sente parlare molto di agricoltura sociale e si stanno diffondendo sempre più esperienze connesse a questo settore, l’agricoltura sociale ha precedenti storici che risalgono addirittura alla fine del diciottesimo secolo. Qualcuno aveva compreso fin da allora che le persone affette da una malattia mentale, o più in generale le persone che vivono una situazione di disagio e difficoltà temporanea, se tolte dalle strutture, quali i manicomi di allora, e accompagnate in un ambiente rurale, o comunque una realtà che permette il contatto diretto con la terra, e condividendo non soltanto una situazione lavorativa, bensì la realtà comunitaria che si crea attorno all’orto, migliorano sensibilmente, diventando soggetti attivi e perdendo progressivamente aggressività e stati di alterazione grave.

Non si sta parlando di miracoli ma di storia. Alcuni esempi di agricoltura sociale ante litteram si sono sviluppati nell’Europa settentrionale. Un esempio illuminante infatti è la storia di Gheel, un villaggio belga in cui vennero ospitati dal 1821 un numero consistente di individui affetti da psicopatologie di ogni tipo e vennero affidati ai contadini del luogo che li mettevano in condizione di lavorare secondo i ritmi della natura. I medici dell’epoca, che si recavano al villaggio, constatavano nelle persone dei netti miglioramenti. In Francia, ad esempio, nella colonia di Clermont Ferrand, una comunità simile a quella belga era gestita direttamente da un ospedale psichiatrico, mentre a York, esperienza prima tra tutte, si parla della fine del 1700, era nato un progetto ad opera di una comunità di Quaccheri in cui l’agricoltura era considerata una terapia valida per i pazienti. Questo fenomeno interessò uno psichiatra americano, Benjamin Rush, che lo studiò con attenzione, dando dunque un fondamento “scientifico” alle iniziative di Gheel, di York e della Francia. In Italia, invece, tutto avviene con molto ritardo, pur essendo un paese agricolo per eccellenza, le origini dell’agricoltura sociale sono molto vicine ai giorni nostri. Bisogna attendere il secondo dopoguerra per assistere alle prime critiche ai manicomi, che iniziavano ad essere percepiti come una realtà escludente. Tuttavia non era ancora preso in considerazione il fatto che l’agricoltura potesse avere effetti molto positivi sulla vita dei pazienti, soggetti altrimenti destinati al mondo dell’emarginazione grave e del disagio. Solo nel 1978, con l’introduzione della legge Basaglia, il modello dell’agricoltura sociale lentamente prende forma e alcune cooperative prendono in carico persone con problemi psichici anche gravi per farli partecipare ad un progetto di inclusione.

Se vediamo che all’inizio della sua storia, l’agricoltura sociale, era impiegata come metodo alternativo di cura, ora possiamo dire che la cura è una parte di questo mondo. La cura non prevede necessariamente la guarigione totale, bensì l’accompagnamento della persona verso una situazione in cui può convivere ed accettare il proprio disagio, trasformandolo e compensandolo con le proprie capacità, ma soprattutto tornando a sentirsi parte di una comunità e non un escluso. In questo percorso, che potremmo quasi definire di consapevolezza, si intrecciano le peculiarità individuali, le relazioni comunitarie, la responsabilizzazione del singolo e del gruppo, il dialogo, la partecipazione, la ricerca di soluzioni ai problemi che si presentano nei vari percorsi che si intraprendono. In questo senso, l’agricoltura sociale oggi non è solo un modo alternativo di curare un paziente, come invece era nei suoi esordi. Pensare ad una cura non significa solamente occuparsi di soggetti disagiati in maniera diversa. Si tratta di un modo per richiamare una comunità non più rurale a riprendere in mano il proprio destino, coinvolgendo in questo anche chi fa più fatica a farlo, e iniziare a guardare insieme verso il futuro, senza rimanere intrappolati nella condizione presente di difficoltà e disagio. In sostanza, se si interagisce con soggetti che vivono una situazione di marginalità, si comprende che un progetto inclusivo arricchisce tutti, anche coloro che operano nel settore e che collaborano a portare avanti un progetto, un certo discorso, un’idea di collettività: tutte esperienze in cui la socialità riacquista il suo vero significato che non è comunicare per esigenza, bensì condividere. Possiamo quindi attribuire a questo percorso che, come abbiamo visto, viene da lontano, tante qualità quante ne può acquisire una società in via di evoluzione dove l’individuo che vive una situazione di difficoltà è riportato al centro, e non lasciato ai margini.

Giorgio Masili

Per approfondimenti:

Legge Basaglia

Benjamin Rush

Storia dell’agricoltura sociale in Europa e in Italia 



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