Guerra al caporalato

Guerra al caporalato

Una volta nella vita, sarà capitato a chiunque di sentire la parolina nefasta… Il caporalato è una delle tante piaghe italiane strettamente connesse al mondo del lavoro ed al fenomeno dell’immigrazione. E’ uno stereotipo parlare di questa pratica schiavista, riferendosi solo al Meridione, anche se storicamente ha origini meridionali. Come ogni idea che funzioni, il caporalato è salito al nord da tempo e il fatturato annuo che accumula è difficile da calcolare ma ragionevolmente elevato. Ed esentasse, naturalmente. Esistono leggi per contrastare questa attività illegale e disumana, leggi che andremo ad esaminare in breve, per fare un quadro un po’ più chiaro della situazione.

La nuova legge sul caporalato riscrive il reato di intermediazione illecita e di sfruttamento del lavoro, semplificandolo e, all’apparenza, liberandolo da specifiche che ne rendevano più ardua l’individuazione. Si prevede, infatti, una fattispecie-base che prescinde da comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori del datore di lavoro o dell’intermediario, mentre il ricorso alla violenza o alla minaccia configura un sottogenere della fattispecie-base. Introdotta, inoltre, la sanzionabilità del datore di lavoro.

http://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/rapporto-di-lavoro/quotidiano/2017/06/24/caporalat o-e-lavoro-nero-nella-legge-poche-luci-e-tante-ombre

Solo 2.800 aziende agricole iscritte dal 2015, su un totale di circa 1.600.000 imprese (censite dall’Istat) e almeno 100mila realtà potenzialmente interessate. Sono questi i numeri – impietosi – dell’arma che avrebbe dovuto promuovere l’agricoltura virtuosa e sconfiggere il caporalato. Si chiama “Rete del lavoro agricolo di qualità”: fortemente promossa da governo e sindacati, è nata precisamente due anni fa. Per capire di che si tratta, bisogna ripartire da lì. https://left.it/2017/09/30/caporalato-la-rivoluzione-mancata/ https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9062

Tempo fa, per tentare di arginare questo fenomeno, paragonabile alla schiavitù, si istituì la rete del lavoro agricolo di qualità, dove per iscriversi, le aziende necessitavano di determinati requisiti che sono quelli fondamentali, richiesti in una società civile e democratica. In poche parole, molte aziende si iscrivevano perchè ritenute in linea con i requisiti richiesti dalla legge, perchè non avevano ricevuto ispezioni e non erano state sanzionate. Ma questo strumento, a quanto pare, non ha dato risposte soddisfacenti. Troppi buchi nel tentativo di rafforzare una produzione onesta, armi spuntate per combattere un’attività mafiosa dove soprattutto ma non solo i migranti lavorano tutto il giorno per una paga misera e dormono in giacigli malsani, senza alcun diritto elementare riconosciuto. Come sempre, le soluzioni dal basso, possono venire in aiuto alle carenze dell’applicazione del diritto. L’autodeterminazione è una risposta ad una serie di problemi in cui diventa importante agire in prima persona. Qui si individuano tre problemi principali: il fenomeno migratorio con i suoi pro e contro, il lavoro inteso come mezzo di sostentamento e realizzazione personale in opposizione allo sfruttamento e la criminalità organizzata. Il quarto, che si aggiunge, è la lentezza e la difficoltà istituzionale nell’intervenire a garanzia della tutela dei diritti civili, umani e sociali. Da qui il concetto di autodeterminazione che funziona se si appoggia ad una rete ancora tutta da costruire.

Un esempio di autoemancipazione da queste problematiche è descritto in questo progetto di cui sotto è riportato in parte il senso del lavoro che si sta cercando di portare avanti, per ora, in alcune aree del paese. Lo scopo del progetto? Operare in aree ad alto rischio di sfruttamento, della terra e del lavoro, tanto che ad essere coinvolte sono piccole cooperative di produttori che coltivano e trasformano il pomodoro valorizzando le varietà e le tradizioni enogastronomiche locali. https://www.greenme.it/mangiare/prodotti-biologici/26558-tomato-revolution-caporalato-free Agricoltura virtuosa ma anche qualità della vita e coinvolgimento da parte di una comunità che si fa cittadinanza e che può benissimo replicare l’esperienza osservata, allontanandosi dalla passività.

Per chi non fosse al corrente della situazione che ha creato il caporalato, in Italia, ecco qualche dato: trascorrono più di 12 ore al giorno nei campi, non guadagnano a sufficienza per curarsi e soffrono di problemi di salute cronici. Sono gli oltre 400 mila lavoratori agricoli che in Italia vengono sfruttati ogni anno dal caporalato, per una paga davvero misera, pari a circa 2,50 euro all’ora. Guadagnando dai 25 ai 30 euro al giorno i lavoratori sfruttati dal caporalato, che nell’80% dei casi sono stranieri, spesso arrivati in Italia in cerca di fortuna. I numeri emergono da uno studio condotto da The European House-Ambrosetti basato sui dati Flai-Cgil relativi al 2015. Lo studio è stato presentato al convegno dell’Associazione italiana delle agenzie per il lavoro che propongono i contratti di somministrazione in agricoltura come alternativa per superare il caporalato. Il caporalato in Italia si pratica in oltre 80 distretti agricoli. https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/19402-caporalato-agricoltura-italia .

Qui invece, un estratto della nuova legge che dovrebbe contrastare il fenomeno, ormai dilagante. E’ opportuno ripetere il concetto che anche se il caporalato è nato e si è sviluppato in Meridione, con l’ evoluzione delle mafie verso attività “lecite”, anche il Nord Italia comincia ad ospitare attività criminose che si possono definire simili se non uguali al fenomeno che stiamo trattando. Nel Veneto, ad esempio, è presente da decenni.

Ecco che arrivano le buone notizie o almeno un barlume di speranza. Non è tutto deserto, non è tutto sterile, non è tutto sottomissione. Alcuni migranti, decidono di rompere le catene della schiavitù e di mettere in piedi un’attività agricola definita di inserimento sociale e di micro-reddito. Ossia, si lavora senza sfruttamenti e condizioni disumani ma si estende il progetto a diversi soggetti. Cominciano i migranti e in seguito, si includono alcuni ragazzi autistici. Una nuova frontiera dell’agricoltura sociale? e’ presto per dirlo. Ma un po’ di ottimismo non guasta. L’Associazione di Promozione Sociale e la Cooperativa Sociale Barikamà (che in lingua Bambara’ significa resistente) portano avanti un progetto di micro-reddito nato nel marzo 2011 che consiste nell’inserimento sociale attraverso la produzione e vendita di yogurt ed ortaggi biologici. Il progetto è attualmente gestito da Suleman, Aboubakar, Cheikh, Sidiki, Modibo, Seydou e Ismael, ragazzi Africani che vivono a Roma, quattro dei quali dopo aver partecipato alle rivolte di Rosarno del gennaio 2010 contro il razzismo e lo sfruttamento dei braccianti agricoli.

https://www.youtube.com/watch?v=L_IafgwawEM

Per ora, le realtà che sono riuscito a monitorare sono Barikamà, NetzaNet e Funky Tomato.

NetzaNet produce salsa di pomodoro e per far questo avvia crowdfunding per acquistare la materia prima da trattare. Sfruttazero si adopera per assumere precari oltre a migranti. Le iniziative tendono a comprimere i costi iniziali e ad abbassare i prezzi e perciò hanno bisogno di fare crowdfunding,proprio per scoraggiare acquisti verso aziende non trasparenti. Con il ricavato, ottengono minimi salariali per i lavoratori e tendono a reinvestire per nuovi progetti. L’idea sarebbe, in futuro, di riuscire a finanziare progetti simili, rafforzando finalmente una rete pulita e controllata. Mutuo soccorso. Dalla Puglia la sfida al caporalato si organizza con il mutualismo 2.0. La nuova filiera del pomodoro dove migranti, precari e contadini si organizzano contro il razzismo. 15 mila bottiglie di salsa prodotte tra Bari e Nardò nel 2016, con un nome che lancia un forte messaggio: SfruttaZero. E quest’anno i cooperanti puntano a superare il record dell’auto-produzione. Come ripartire dal mutuo soccorso: pagare il lavoro, creare casse di resistenza. E poi: coinvolgere i consumatori, connettersi alla rete nazionale

«Fuori mercato». La rete “FUORI MERCATO” è appunto l’alternativa che raccoglie associazioni, cooperative, aziende agricole che lavorano indipendentemente da determinate logiche di mercato e propongono modalità produttive legate ad un percorso sociale e di inclusione. Basti pensare che all’interno di questa rete operano i tipi di Genuino Clandestino. I modi per regolare un mercato vessato dalla malavita e dalle ingiustizie ci sono, è la volontà che fa la differenza. E nella differenza sta la sensibilizzazione. Sembra di vedere tanta volontà di cambiamento, in questo senso. L’importante è che le energie non vadano disperse. I cambiamenti ed i loro effetti, è fisiologico, si vedono nella lunga distanza.

Anche Altroconsumo, da anni, si impegna su questo fronte, in maniera diversa. ll progetto Solidale Italiano nasce con questo fine: sostenere i prodotti contadini e artigiani italiani grazie a sistemi di acquisto orientati a remunerare dignitosamente il lavoro, a rafforzare le relazioni di fiducia comunitarie e a incoraggiare la cura dei suoli attraverso metodi agricoli sostenibili. Altromercato, inoltre, ha da sempre esteso questo tipo di approccio a progetti di agricoltura e produzione “sociale” finalizzate anche al reinserimento lavorativo di persone con percorsi di disagio o di esperienze difficili, restituendo dignità e valore positivo alle persone. Una forma di fair trade locale o tuttalpiù nazionale. Pare che funzioni. Sempre in piccole realtà che è questa la collocazione naturale di queste iniziative.

Per ultima, l’esperienza di Funky Tomato che sta tra Puglia e Basilicata, un’iniziativa messa in piedi da ragazzi migranti che hanno esperienze di ogni tipo anche in campo lavorativo…anche loro aderiscono alla filiera partecipata, in poche parole, all’interrelazione, al mutualismo con i clienti che finanziano il progetto, acquistando in anticipo il prodotto, pomodoro e salsa, appunto…dando la possibilità di mettere in moto un meccanismo pulito e salutare. Le difficoltà sono molte, il mercato è difficile e la mafia è molto radicata, in queste attività economiche, ma se ciò che è stato pensato ed attuato crescerà, avremo una nuova cultura da utilizzare, per sconfiggere le storture di una società che si definisce civile.

Giorgio Masili



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