Cos’è l’agricoltura blu?

Cos’è l’agricoltura blu?

Partiamo da un presupposto che può risultare scomodo, ad una prima lettura: l’agricoltura è lesiva e invasiva. Reca con sè caratteristiche che la portano a modificare l’ambiente. L’agricoltura è un artifizio. In natura non esiste. Ma è il cosiddetto male necessario. Se il pianeta è ancora intero, nonostante gli allarmi lanciati da ambientalisti, scienziati, attivisti, pensatori di ogni tipo, è perchè determinati processi vessatori per l’ecosistema non hanno ancora raggiunto il punto di non ritorno. Chiaro, che arrivati a questo punto, porsi delle domande e cercare delle soluzioni non è soltanto lecito, ma necessario. O si cambia atteggiamento e ciò deve accadere grazie ad uno sforzo congiunto, (coscienza civile, multinazionali, governi, ong, commissioni…) o tra breve, ci ritroveremo a piangere sulle macerie.

La nuova frontiera, potrebbe essere l’agricoltura blu o conservativa. Più che una tecnica e’ un insieme di discipline agricole che confluiscono in un modo di coltivare, che può essere utilizzato anche in ambito industriale, addirittura da multinazionali come la Monsanto. Niente di strano. Il gigante che recentemente si è fuso con la Bayer, da tempo si occupa di biologico e da molto tempo progettava di mettere da parte gli ogm, almeno per quanto riguarda il mercato europeo e di specializzarsi in altre pratiche agricole, più razionali e redditizie. La notizia potrebbe essere buona, in fondo, un’agricoltura che mira a tutelare l’ambiente e rinnega i principi della rivoluzione verde, che mette al centro del dibattito l’importanza delle risorse idriche, non può essere altro che segno di progresso. Molti consorzi adottano i principi dell’agricoltura conservativa, o agricoltura blu, e se si usa sempre più spesso il sostantivo “blu” è per dare un richiamo all’importanza dell’acqua, in questa metodologia.

Agli occhi di scrive, l’agricoltura blu appare come una sintesi che pesca dalla biodinamica, dalla permacultura, dall’agricoltura naturale e dal biologico, nella sua forma più pura. Abbiamo riportato una sintesi che può definire in maniera efficace il principio di questa forma di agricoltura, scevra da termini tecnici e definizioni un po’ troppo ostiche : “E’ un metodo di coltivazione costituito da un insieme di pratiche agricole complementari: alterazione minima del suolo (tramite la semina su sodo o la lavorazione ridotta del terreno) al fine di preservare la struttura, la fauna e la sostanza organica del suolo; copertura permanente del suolo (colture di copertura, residui e coltri protettive) per proteggere il terreno e contribuire all’eliminazione delle erbe infestanti; associazioni e rotazioni colturali diversificate, che favoriscono i microrganismi del suolo e combattono le erbe infestanti, i parassiti e le malattie delle piante. Obiettivo dell’agricoltura conservativa è promuovere la produzione agricola ottimizzando l’uso delle risorse e contribuendo a ridurre il degrado del terreno attraverso la gestione integrata del suolo, dell’acqua e delle risorse biologiche esistenti, in associazione con fattori di produzione esterni. Le arature sono sostituite da lavorazioni superficiali o non lavorazione (semina su sodo), che favoriscono il rimescolamento naturale degli strati di suolo ad opera della fauna (lombrichi), delle radici e di altri organismi del suolo, i quali, inoltre, contribuiscono al bilanciamento delle sostanze nutritive presenti nel suolo. La fertilità del terreno (nutrienti e acqua) viene gestita attraverso la copertura del suolo, delle rotazioni colturali e della lotta alle erbe infestanti” (definizione tratta da Arpa Veneto).

Vediamo che le analogie con l’agricoltura biologica sono molte. Ma anche con l’agricoltura a lotta integrata. Questo perché il metodo conservativo non esclude l’utilizzo di diserbanti. Infatti, viene impiegato il glifosato anche se si tenta di contenerne l’uso, sembra una variante della riduzione del danno. Secondo alcuni studi, il glifosato non dovrebbe lasciare residui significativi per nuocere alla salute o all’ambiente. Le domande sono due: perchè non utilizzare altre tecniche per diserbare? Perchè non sono reperibili studi sull’effetto accumulo? Il nostro organismo è predisposto per smaltire le tossine, chiaramente, però fino a che punto? Chiaro che la quantità di glifosato contenuta in un alimento non è sufficiente a danneggiare un organismo sano, ma se quest’ultimo ne assume una certa quantità quotidianamente, nel lungo periodo, cosa può succedere? Ritengo che siano dubbi legittimi. Per carità, non è solo il glifosato il problema, ci si può sbizzarrire elencando tutto ciò che è presente nell’aria, nell’acqua e nel cibo che nuoce all’ambiente e agli esseri umani; chi scrive però ritiene che se un certo tipo di agricoltura vuole preservare l’ambiente e ridurre il consumo dell’acqua, senza intaccare la produttività, può benissimo trovare delle soluzioni naturali anche per il problema delle infestanti. In ogni caso, perplessità a parte, questo metodo si sta diffondendo rapidamente e pare che Italia e Stati Uniti (dove è nata) siano tra i primi paesi ad adottare in maniera intensiva l’agricoltura conservativa.

Il Centro di Ricerche Agro-Ambientali “E. Avanzi” dell’Università di Pisa ha cominciato a studiare questa pratica già dal 1986, risultando fra i primi in Italia. Un’esperienza quasi trentennale che è ora al servizio di un progetto (80 ettari sotto monitoraggio) della regione Toscana “Agrotecniche conservative finalizzate alla riduzione dell’impatto ambientale del frumento e alla caratterizzazione dei suoi derivati” finanziato con il bando di sviluppo rurale 2007/2013. “L’obiettivo del progetto – ha spiegato Marco Mazzoncini, direttore del Centro “E. Avanzi” – è di far conoscere e diffondere la pratica dell’agricoltura conservativa che si basa sull’impiego di tecniche semplificate di lavorazione del terreno e un impiego razionale della chimica di sintesi. Tra le tecniche “conservative”, la non-lavorazione (semina su sodo) e anche la lavorazione minima, hanno un ruolo di primaria importanza dal punto di vista della sostenibilità, sia ambientale che economica” (da Unipinews) .

Discendendo dall’agricoltura di precisione e adottando metodi naturali, fatta eccezione per il basso uso di fertilizzanti ed erbicidi, pare essere l’agricoltura del futuro. Certo, mettere assieme intensità produttiva e cura dell’ambiente e del territorio pare contradditorio, al punto che già si polemizza sull’efficacia della salvaguardia dell’ecosistema, dal momento che una buona quota di questo merito è in carico ad una multinazionale. Al di là delle critiche e degli entusiasmi, sembra di capire che la strada intrapresa dall’agricoltura occidentale, ben lungi da programmare un adattamento drastico ai pericoli causati dallo sviluppo industriale e tecnologico delle metropoli economiche, preveda piuttosto un riformismo metodologico, un adeguarsi a quello che suona come una moda, un trend, piuttosto che una necessità: la salvaguardia del pianeta e di chi lo abita, in chiave commerciale, “sostenibile”, sulla cui sostenibilità sarebbe opportuno verificare. Il termine “Blu” è nato con lo scopo di enfatizzare il ruolo dell’Agricoltura Conservativa nella tutela dell’acqua. A questo primo significato se ne sono poi aggiunti altri, divenuti nel tempo altrettanto visibili anche al grande pubblico: la purezza dell’aria, e più in generale l’idea di “sostenibilità”. Purezza. Uno slogan, una parola d’ordine, un imperativo, un richiamo quasi mistico, religioso, ancestrale, parliamo di terra, natura, ambiente, armonia, vita, ideali ma anche realtà che si trasformano, dinamiche…. ettari ed ettari di terreno convertiti a modi e saperi che seminano su sodo, evitano di arare, coprono il terreno, evitano il compost e fan sì che la terra la lavorino i batteri, i lombrichi, il sovescio, evitando la monocoltura, nefasta e affamatrice, retaggio dell’ottocento positivista, dichiarando che la terra è un universo in movimento, la terra è viva e reagisce agli stimoli, vedremo se questo connubio tra scienza e antichi mestieri porterà a nuovi traguardi. Una terza via, come spesso si ripete quando si vorrebbe operare una sintesi tra le istanze più riuscite e sperimentate in vari campi dell’esistenza e della conoscenza. Un connubio tra agricoltura biologica e convenzionale, questo si coglie, nei vari siti che promuovono questa filosofia che potrebbe diventare la tendenza principale in campo agroalimentare.

A noi scettici speranzosi, non resta che attendere, o quasi.

Giorgio Masili



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